MEDEA DI MAGELLI SI “SPOGLIA” DI CLASSICITA’, A RITMO DI COINVOLGENTE TANGO

medea10E’ la “provocazione bipolare”, psicologica, scenica, simbolica, narrativa,  che ha intimidito gli applausi del pubblico, rilegato ancora ad una classicità meno “stemperata”, la chiave di volta della Medea diretta  al Teatro greco di Siracusa dal regista Paolo Magelli. Il maestro, in questa cinquantunesima stagione degli spettacoli dell’Inda, suscitando sensazioni e pareri contrastanti, ha “sfidato” la tradizione, raccontando il delirio matricida della protagonista di Seneca, facendo “intrepidamente” scorrere sulla scena diverse epoche storiche, attraversandole “convulsamente” per mezzo di un inconsueto e “vigoroso” accompagnamento musicale, firmato Arturo Annecchino e puntando sui costumi “fuori tempo” di Ezio Toffolutti. Riservando, forse, solo al dolore del finale, inesorabile, il rispetto assoluto delle “origini”, del testo, del luogo e dei “luoghi” comuni. L’esordio dei personaggi sulla scena ha stravolto, da subito, il pubblico e le sue aspettative “stereotipate”, da una lunga e quasi immutata tradizione rappresentativa. In tanti, infatti, sono rimasti a bocca aperta di fronte ad una Medea contemporanea, apparsa, nel suo monologo iniziale, come una donna trasandata, una sorta di “emarginata” con indosso anfibi e cargo. Una tragica eroina proposta in tenuta da “resistenza”. Figlia e vittima di quello stato di difesa ed attacco, da se stessi e la società, che la vita stessa impone, nel perenne conflitto tra gli opposti: ragione e sentimenti, dovere e piacere, vendetta e perdono, bene e male. Contrapposizioni, squilibri, da cui si tende a liberarsi, spogliandosene. Come ha fatto, d’altronde, letteralmente, in più momenti, osando l’intimo di colore bianco, anche la magnifica e trascinante interprete Valentina Banci, che ha ottenuto il consenso degli spettatori , sebbene il suo ruolo sembra esser stato, a tratti, “denaturalizzato” dalle vesti e coreografie, che si sono di molto allontanate da quelle impresse nell’immaginario collettivo. D’altronde, interpreti e corifee hanno calcato l’antico palco a suon di tango, accenni rap, seguiti pure da sound new age, dando vita a coreografie, con tanto di “schiamazzi”, dagli intuibili richiami al “mulin rouge” od ai flash mob metropolitani, ingenerando l’illusione “ottica” di assistere più che ad una tragedia ad un musical di Brodway anni 30. Ad intrattenere, piacevolmente in fin dei conti, sono stati figuranti femminili dalle vesti lunghe, strette in vita, rese civettuole ed eleganti da guanti rigorosamente lunghi e cappellini a cloche, accompagnate da uomini in “bianco”, stile gangster, con tanto di panama in testa. Creonte, interpretato eccellentemente da Daniele Griggio, ha, poi, espresso un temperamento da “padrino”. Originale e suggestivo il lento seppellimento della madre assassina , già inabissata dai rimorsi per il tremendo delitto compiuto, versando il sangue innocente dei propri figli. Le due povere vittime, interpretate dai serissimi attori esordienti, Francesco Bertrand e Gabriele Briante, che hanno intenerito gli astanti, commossi anche di fronte ad un sottomesso Giasone, Filippo Dini, che sconfitto si è accasciato, incarnando un profondo amore paterno, accanto ai cadaveri dei suoi pargoletti, strappati alla vita dalla follia della moglie ripudiata per unirsi a Creusa. Un tradimento, che come tutti i tradimenti, causa strascichi di sofferenze. Probabilmente, la condivisione di quella sofferenza, emblema della fragilità dell’uomo, ben esposta, ha reso, infine, più tollerante l’eccesso di innovazione, o meglio l’avanguardismo stilistico, dello spettacolo proposto agli occupanti delle gradinate dell’antica e “conservatrice” cavea siracusana.

Servizio di Mascia Quadarella

 

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