Giornalisti-coraggio, Assostampa Unci e Agirt ricordano Francese e D’Anna

SIRACUSA, 21-1-2019 (Massimo Ciccarello): Quattro colpi di pistola che ancora rimbombano a 40 anni di distanza. Era la sera del 26 gennaio 1979 quando, a Palermo, il giornalista siracusano Mario Francese veniva assassinato sotto casa dai proiettili della mafia. Con lui cadeva a terra anche una penna fra le più coraggiose del Giornale di Sicilia. I primi a raccoglierla e farla diventare un “giorno della memoria” per chi paga il prezzo della libertà di stampa, sono stati proprio i cronisti della sua Siracusa. Il “premio” intitolato al collega caduto nell’adempimento del suo dovere di informare, adesso si celebra nella città che lo ha visto morire. Ma la città che l’ha visto nascere e formarsi continua ugualmente a ricordarlo da quel lontano 1993, quando un pugno di giovani firme della redazione locale diedero vita alla prima edizione insieme alla sorella Maria. Sabato sarà l’Assostampa, in collaborazione con l’Ordine e l’Unci, a perpetuarne la testimonianza morale e civile. Una cerimonia di commemorazione si svolgerà in mattinata davanti la targa che gli è dedicata davanti Casina Cuti, nel parco archeologico della Neapolis.

Ci saranno le cosiddette “autorità civili e religiose della provincia”. Ma la manifestazione sarà soprattutto “insieme agli alunni di alcune scuole”, cittadini di un domani che un vero giornalista vuole migliore ogni volta che si mette alla tastiera per un articolo. “Il ricordo di Mario Francese colpisce nel profondo le corde di quei cronisti che hanno appreso il mestiere alla scuola della strada, sporcandosi le scarpe del fango di quartiere”, commenta Pippo Cascio, fra i primi organizzatori del Premio Francese, Come presidente dell’Associazione giornalisti radiotelevisivi e telematici, aggiunge:“E’ un ricordo che colpisce ancora oggi perché era un collega che, come tantissimi altri oggi ma in condizioni diverse, lavorava senza ‘paracadute’. Aveva il coraggio di seguire la cronaca giudiziaria con la schiena dritta, contro tutto e contro tutti”. Le pistolettate che hanno ripagato quel coraggio sono lontane nel tempo e nello spazio. E’ invece senza limiti di tempo e di spazio socio-culturale, la voglia di far pagare un prezzo a chi finisce per pestare i piedi “sbagliati” perché mantiene la schiena dritta.

“L’assoluzione di Gianni D’Anna arrivata dalla Cassazione dopo 12 anni di calvario giudiziario, ripropone con forza il tema delle querele temerarie e degli intenti intimidatori che le muovono; una deriva diretta a far tacere la stampa libera e i giornalisti più esposti, che seguiamo con grande attenzione”, scrive Francesco Nania, fiduciario dell’Unci di Siracusa, in un comunicato congiunto col vicepresidente nazionale, Leone Zingales. Il quale ricorda il convegno “Giornalisti minacciati in Sicilia: mai soli”, dove le parole del direttore di Augustaonline avevano “particolarmente colpito” perché aveva “raccontato con precisione, puntualità e senza rancore quello che gli era accaduto, e attendeva fiducioso il giudizio certo di avere svolto il suo lavoro con correttezza e serietà”. Quel giudizio definitivo su un processo che non sarebbe mai dovuto iniziare – “assoluzione senza rinvio perché il fatto non sussiste”, ha sentenziato la Suprema corte – è arrivato un mese dopo la scomparsa del giornalista, accusato di diffamazione per aver criticato gli esiti deludenti di un’inchiesta giudiziaria sull’inquinamento nella zona industriale.

“Un calvario giudiziario incredibile quanto assurdo”, commenta il segretario provinciale dell’Assostampa, Pospero Dente. Nel suo documento aggiunge che “la storia di questo processo avviato per la denuncia di un magistrato, Maurizio Musco, lascia aperti diversi interrogativi che, auspichiamo, possano trovare risposte adeguate nel più breve tempo possibile”. Il comunicato ricorda che “il diritto di cronaca e di critica è un principio cardine della nostra democrazia; se ne facciano una ragione quanti pensano di avvelenare la serenità dei giornalisti con sfilze di querele temerarie, se non assolutamente creative”. Per far tacere Francese, delinquenti con la coppola storta allora usarono le pistole. Per zittire i giornalisti scomodi, distinti signori in giacca e cravatta oggi usano le carte bollate. Tempi diversi, storie diverse, carature diverse, certamente non comparabili in alcun modo, ma oggettivamente  e paradossalmente accomunate dalla tipologia di giornalisti che scelgono come vittime: quelli che non si intimoriscono. “Il sacrificio di Gianni è un monito per quanti pensano – a tutti i livelli – di intimidire ancora i colleghi di questa provincia”, scrive l’Assostampa. Avvertendo che “alle intimidazioni questa categoria risponderà con il lavoro”. Cioè, per dirla fuori dai denti, per ogni penna scomoda che si vuole far cadere ce ne saranno sempre molte di più pronte a essere alzate come una bandiera di libertà.

 

 

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