Vae victis, guai ai vinti!

Luigi Di Maio, candidato premier del Movimento Cinquestelle, sfida Matteo Renzi sopravvissuto al Referendum del Dicembre scorso. Il primo in forte ascesa, il secondo reduce da una batosta. Perché questo guanto di sfida? Forse Di Maio vuole dare il colpo finale al povero Matteo? Già i Cinquestelle assaporano la vittoria in Sicilia, pensano di essere i primi e incontrastati padroni dell’Isola e la sensazione di ebrezza spinge il giovanissimo leader a sfoderare la sua spada, mostrare la sua capacità guerriera e scendere nell’agone della politica in prima persona per dare la misura delle sue doti agli avversari e, perché no, anche ai suoi stessi amici di partito. Ma ecco il colpo di scena: Di Maio, lo sfidante, conosciuti i risultati degli exit-pool, i sondaggi ad urne chiuse che danno al Movimento il doppio dei voti del PD, con la stessa spavalderia con la quale ha lanciato il guanto di sfida, annuncia il suo sdegnoso ritiro nei confronti di un avversario che non ritiene più alla sua altezza. “Vae victis”, guai ai vinti! Brenno, capo dei Galli Senoni, secondo il racconto di Tito Livio, pronunciando questo monito, aggiunse la sua pesante spada al piatto dei pesi e umiliò i Romani pretendendo un tributo d’oro ancor più consistente. Così Brenno-Di Maio, pregustando la sua schiacciante vittoria ha umiliato Matteo Renzi, non più con la pretesa di un tributo in oro ma con uno sguardo sprezzante. Renzi è sceso ugualmente in campo e si è trovato davanti quattro giornalisti di aree diverse, uniti solo dall’anti-renzismo. Quattro specialisti della penna che non si sognerebbero mai di governare nemmeno il condomino di una sperduta periferia. La fierezza di Renzi è stata come la reazione dei Romani. Mordace, auto-ironico, ha mantenuto la sua inguaribile baldanza ma ha ribattuto punto per punto i quattro moschettieri che sostituivano il trionfante e appartato Di Maio.
Nell’agone della politica non ci sono solo gli annunci, le critiche facili agli avversari, la demagogia. C’è la proposta, la fatica della mediazione, la capacità di reggere il confronto, specie se cercato; c’è soprattutto il calice amaro della impopolarità, non sempre meritata o l’effimero trionfo della popolarità guadagnata a parole; c’è l’asticella del populismo che si alza senza limiti, lo scenario internazionale e, dulcis in fundo, la coscienza dei propri limiti che fa di un politico qualsiasi uno statista.
Salvatore Vaccarella

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